Davide Romano

Il piccolo e il grande mondo nell’opera prima di Anna Antonini

Quando la vita è memoria

Scrittori e cineasti hanno spesso dedicato pagine di delicata poesia agli anni della loro infanzia, descrivendo volti e luoghi che, a distanza di tempo, più marcatamente affioravano nei propri ricordi. Se poi consideriamo che gli anni dell’infanzia e della adolescenza sono quelli in cui maggiormente ogni uomo manifesta i suoi processi cognitivi, formando altresì in modo quasi definitivo la sua personalità, e che più a lungo restano nella memoria di ciascuno di noi, possiamo capire per quale motivo non infrequentemente si producono opere del genere. Sono queste, seppure involontariamente deformate dall’animo di chi scrive, uno specchio fedele dei tempi, e sovente, ad esse si ricorre per avere un quadro più preciso di tutto ciò che il tempo inesorabile cancella.
Con questo intento, Anna Antonini, nella sua opera prima I giorni sono stanze di cristallo, ci offre il racconto delle sue esperienze di vita, dall’infanzia alla prima giovinezza, nella natia Campobello di Mazara, attraverso i passaggi significativi, gli oggetti, i luoghi e gli individui, che hanno in buona parte contribuito a formarne l’ossatura mentale. E’ un mondo piccolo quello che ci appare all’inizio del racconto, fatto di oggetti casalinghi, di volti familiari, di riflessioni acerbe sul chi siamo e da dove veniamo, che accomunano tutti i bambini del mondo. E insieme le innocenti bugie dei genitori, timorosi o incapaci a dare risposte esaustive e comprensibili alle difficili domande che con insistenza vengono poste.
Risolti bene o male questi primi quesiti, e soprattutto il più importante di tutti, quello cioè di riconoscersi come un individuo diverso dagli altri, con i propri gusti, i propri desideri, e con la voglia vieppiù forte di manifestare e fare accettare il proprio “io”, subentra la fase degli scontri con chi vuole o tenta, senza malanimo sia ben chiaro, di inibire quel che autonomamente, giorno dopo giorno, a fatica si va formando e che, come tale, vuole essere riconosciuto dagli altri.
Antonini ha due avversari tenaci con i quali scontrarsi quotidianamente. In primo luogo il fratello, più anziano di qualche anno, dal carattere più remissivo, accondiscendente, col quale viene spesso posta a paragone; in secondo luogo la madre, una donna energica, intenta a mandare avanti la sua sartoria e a badare a un nugolo di lavoranti quanto mai ciarliere. Ma niente drammi, niente tragedie, solo qualche mugugno ogni tanto, anche perché c’è il padre, un tipo un po’ sognatore, e soprattutto malleabile, che di nascosto prende le difese della piccola ribelle.
Poi il mondo si allarga. La strada, il paese, la scuola, gli incontri, gli amici, i viaggi in treno, i parenti che vengono e vanno in terre lontane, e portano con sé inedite esperienze di vita. E attorno tutto cambia, gli uomini e le cose. Sono gli anni della ricostruzione post-bellica, dei primi beni di consumo alla portata di quasi tutte le tasche, delle comodità indispensabili a vivere meglio, delle lotte operaie e contadine che la dittatura fascista aveva messo al bando e che ricompaiono con la riconquistata democrazia. Anche la famiglia cambia, così come i rapporti interni.
L’adolescenza sta per finire. Ma un tragico evento, la morte improvvisa del padre, costringe ad anticipare di qualche anno il passaggio alla fase successiva. Qui termina il libro, quel che verrà in seguito sarà comunque segnato da quella perdita. Anche la vita della comunità campobellese seguirà altre strade, diverse da quelle tracciate nel corso degli anni Cinquanta, come del resto avverrà in tutto il mondo. Ai lettori lasciamo il piacere della scoperta di questo libro. Ci preme sottolineare, per chiudere questa nota, la sua notevole capacità descrittiva, tanto da trasportarci senza fatica alcuna come di fronte a uno schermo cinematografico. A noi che crediamo nel valore insostituibile della memoria questo libro è piaciuto.
(DAVIDE ROMANO)